L'elogio della normalità
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Nell’era dei super-zoom torniamo a considerare con attenzione il buon vecchio obiettivo standard a focale fissa
di Francesco VaranoSe oggi decidessimo di acquistare una reflex digitale - parliamo di reflex amatoriali e semi-pro, non di macchine per professionisti dello sport o del glamour - quasi certamente ci troveremmo in dotazione un obiettivo zoom. Sarebbe di qualità medio-bassa nei kit più economici e di livello medio-alto in quelli più costosi, ma comunque sarebbe un obiettivo a focale variabile.
In questo non c’è niente di male, anzi: per moltissimi di noi è certamente comodo portarsi dietro un solo obiettivo in grado di coprire gli usi più comuni della fotografia amatoriale. Proprio per questo gli zoom in kit sono quasi sempre equivalenti a un 35-80 mm pieno formato, gamma di escursione focale da medio-grandangolare a medio-tele che va benissimo per buona parte degli scatti - senza offesa per nessuno - vacanzieri. Per chi si sente limitato da questi classici zoom 18-55 mm, le case produttrici si stanno sbizzarrendo in super-zoom 18-200 mm dal costo (300-400 euro) tutto sommato abbordabile anche dal punto di vista dell’amatore neanche troppo accanito.
Fin qui, come dicevamo, niente di male. Ma facciamo qualche passo indietro.
Fino agli anni Ottanta-Novanta le reflex (ovviamente analogiche) venivano vendute insieme all’obiettivo cosiddetto “normale” o “standard”. Questa scelta, che fatta oggi apparirebbe quantomeno curiosa, era legata a vari fattori. Il più importante era prevedibilmente quello di carattere economico: un “normale” era un obiettivo dalla costruzione semplice, quindi poco costoso anche quando dotato di lenti di buona qualità. Va poi detto che il fotoamatore medio degli anni Ottanta-Novanta era anche meno esigente ed esoterico: al “normale” in genere accompagnava un grandangolare da 35 o 28 mm, l’immancabile zoom medio-tele 70-210 mm e poco più.
Nel corso degli anni il costo degli obiettivi a focale variabile è progressivamente diminuito e il “normale” è stato man mano soppiantato, per comodità, dagli zoom 35-70 mm e 28-80 mm, dei quali gli attuali onnipresenti 18-55 mm non sono altro che gli eredi traslati alla fotografia digitale. I nuovi zoom “standard” costavano comunque più di un 50 mm a focale fissa, ma chi metteva mano al portafoglio era convinto di risparmiare: gli sembrava di acquistare non uno, ma due o tre obiettivi contemporaneamente.
Fine della storia, quindi? No, ci sono alcuni ottimi motivi per cui il vecchio “normale” dovrebbe trovare spazio nella borsa del fotoamatore, o almeno di quelli un po’ più attenti alla qualità.
Scorriamo l’elenco degli obiettivi proposti dalla casa produttrice della nostra reflex: quasi certamente il “normale” da 50 o 55 mm è l’obiettivo più luminoso. Se ce ne sono due o tre diversi, è molto probabile che siano i due o tre obiettivi più luminosi del listino, indipendentemente dal loro costo.
Guardiamo ad esempio in casa Canon: l’obiettivo più luminoso in assoluto è l’EF 50 mm 1,2L USM (costoso), seguono l’EF 50 mm 1,4 USM (abbordabile) e l’EF 50 mm 1,8 II (economico). Confrontiamo queste aperture con quelle dell’obiettivo che Canon offre tradizionalmente con i suoi corpi macchina non professionali - lo zoom EF-S 18-55/3,5-5,6 IS - e cominciamo a tirare qualche conclusione interessante. A seconda del “normale” con cui lo confrontiamo, lo zoom standard di mercato ci fa perdere rispettivamente 3, 2,5 e 2 stop alla sua massima apertura del diaframma. A parità di focale la perdita passa rispettivamente a 4,5, 4 e 3,5 stop. In casa Nikon le cose vanno più o meno allo stesso modo: gli zoom standard sono l’AF-S 18-55/3,5-5,6 e l’AF-S 18-135/3,5-5,6; i 50 mm in listino sono l’AF 50/1,4 D e l’AF 50/1,8 D, proposti entrambi a prezzi simili agli analoghi Canon.
Usare un 50 mm porta quindi un guadagno, in termini di luminosità, che non è affatto di poco conto: quattro stop significa passare da una foto irrimediabilmente mossa a una nitida, o poter usare sensibilità inferiori del sensore a tutto vantaggio della riduzione del rumore che troveremo nell’immagine digitale. Ne guadagnerà anche la naturalezza della foto, perché potremo scattare con la luce ambientale, senza flash.
A proposito di naturalezza: un 50 mm riproduce, sul fotogramma 24x36 mm, ciò che inquadra in modo quasi identico a come lo vedrebbe l’occhio umano. E’ questo uno dei motivi della sua diffusione, ma soprattutto del fatto che le foto scattate a questa lunghezza focale ci sembrano più “naturali” delle altre.
Un altro importante vantaggio dell’avere a disposizione diaframmi così aperti sta nel poter giocare meglio con le profondità di campo ridotte.
Per le reflex digitali non full frame lo sfuocato “artistico” è un problema: il sensore è più piccolo del fotogramma 24x36 mm e per le leggi dell’ottica questo fa sì che le immagini che produce abbiano intrinsecamente - a parità di condizioni (apertura del diaframma, distanza del soggetto, angolo di campo coperto) - una profondità di campo superiore. Se poi gli obiettivi che usiamo partono da aperture piuttosto chiuse, il problema si complica ulteriormente. Certo, un bel bokeh si riesce (quasi) sempre a fare, se il soggetto è un po’ distante, con un teleobiettivo o con un medio-tele, ma è una limitazione fastidiosa.
Con un obiettivo f/1,2 o f/1,4 la situazione è diversa: la profondità di campo è molto più ridotta e permette divagazioni creative. Esaminate come esempio le foto riprodotte qui di seguito.
Guarda l'immagine originaleGuarda l'immagine originaleLe due foto non hanno nulla di creativo, è evidente, ma mostrano con sufficiente chiarezza la differente profondità di campo che si ottiene lavorando con il diaframma aperto a 1,4 o chiuso a 5,6, ossia al valore f/ che quasi tutti gli zoom amatoriali impongono intorno ai 50 mm di focale. Le due immagini sono state scattate entrambe con la stessa macchina (una Canon Eos 30D) e lo stesso obiettivo (Canon EF 50/1,4), quindi le differenze sono legate solo all’apertura del diaframma.
Dalla immagine scattata a f/1,4 si intuisce che lavorare a questi diaframmi richiede attenzione e precisione nella messa a fuoco: se l’autofocus sbaglia - e succede, nonostante i proclami di chi ci ha venduto la reflex - o decide che il punto su cui concentrarsi non è quello che vogliamo noi, più che di sfuocato artistico ci troveremo a parlare di una foto astratta.
Per qualcuno di noi potrebbe essere un problema imprevisto trovarsi a battagliare con la messa a fuoco dopo aver sempre lavorato con obiettivi che perdonano molto, proprio perché operano “chiusi”. Ma potrebbe essere un buon modo per (ri)scoprire che tutti gli obiettivi hanno anche la messa a fuoco manuale e quasi tutte le reflex hanno un pulsante per verificare la profondità di campo della foto che stiamo per scattare. Se proprio abbandonare l’autofocus ci spaventa, attiviamo un solo sensore AF (quello centrale, o uno laterale per attenerci alla regola dei terzi...) e puntiamo quello sul soggetto. In questo modo saremo davvero sicuri che la nostra macchina non deciderà, sul più bello, di mettere a fuoco qualcosa che a noi non interessa.
Un altro vantaggio del “normale”, e in generale di tutti gli obiettivi a focale fissa, è che ci obbliga a pensare alla composizione della foto.
Facciamo caso al modo in cui costruiamo l’inquadratura quando usiamo uno zoom: puntiamo genericamente sul soggetto e variamo la lunghezza focale dell’obiettivo sino ad avere nel mirino solo gli elementi che ci interessano, a quel punto scattiamo. Se il soggetto è distante, questa è in effetti l’unica strada possibile. Se il soggetto è vicino (un ritratto, un gruppo di persone...) dovremmo invece usare un po’ di più le nostre capacità compositive. Col tempo ne guadagnerà il nostro modo di “vedere” intorno a noi e la capacità di individuare, con o senza macchina fotografica, le composizioni interessanti che ci circondano.
Chi usa solo o soprattutto zoom non riesce a fare propria la “visione” della sua reflex, per il semplice motivo che questa può vedere una stessa inquadratura nei quasi infiniti modi permessi dalla focale variabile. Chi invece preferisce gli obiettivi a focale fissa, che inquadrano in un unico modo, dopo un po’ di tempo sa vedere il mondo come lo vedrebbe la sua reflex. Nel caso degli obiettivi “normali” è più facile, dato che la loro inquadratura è simile al nostro modo di vedere, ma questa considerazione è vera anche per lunghezze focali diverse.
La focale fissa in un certo senso ci educa a vedere la foto prima ancora di guardare nel mirino, ci porta a concentrarci sulla zona che sappiamo inquadrerà il nostro obiettivo abituale, scartando il resto. E se dobbiamo “zummare” lo faremo noi fisicamente, muovendoci di qualche passo in avanti o indietro.
Quasi tutto quello che abbiamo scritto fin qui vale per qualsiasi macchina fotografica. Chi ha una reflex digitale non a pieno formato sa però anche che per lui o lei il “normale” 50 mm diventa un 70-80 mm circa, in quanto ad angolo di campo coperto. Ricordiamo sempre che questo non è vero in quanto a fattore d’ingrandimento, come illustra bene l’immagine qui in basso.
WikipediaCome muoversi, a questo punto? In linea teorica chi vuole avere anche su una reflex non full-frame l’equivalente di un “normale” luminoso dovrebbe acquistare un obiettivo da 35 mm a focale fissa. Il problema è che questo tipo di obiettivi è meno interessante dei “normali” in quanto a caratteristiche e a rapporto prezzo/luminosità. Guardando di nuovo in casa Canon troviamo un 35 mm, dal prezzo abbordabile ma f/2, e in casa Nikon la situazione è la medesima. In sintesi, per un 35 mm f/2 si spende più o meno quanto per un 50 mm f/1,4: stessa somma, uno stop guadagnato in meno.
La scelta a questo punto dipende dai gusti e dalle abitudini fotografiche, ma noi consigliamo di restare fedeli al 50 mm. Su una reflex digitale con sensore non full-frame non è più un “normale” e ha un angolo di campo quasi da medio-tele da ritratti, ma mantiene tutti i molti vantaggi che abbiamo presentato sinora.
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