“Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”
Francesca Woodman
Francesca Woodman nata a Denver il 3 Aprile del 1958, studiò e soggiornò a lungo in Italia nel 1977, per poi trasferirsi a New York dove si tolse la vita a ventidue anni gettandosi dalla finestra dello studio Newyorkese nel quale lavorava.
Poco tempo prima aveva pubblicato la sua prima ed unica collezione di fotografie, dal titolo Some Disordered Interior Geometries, era il 19 Gennaio 1981. Passione, eleganza, narcisismo, crudezza, sogno e rivolta individuale questi i tratti distintivi della fotografia e degli autoritratti di Francesca. Da quando le fu regalata la prima macchina fotografica a 13 anni fino all'età di 22 anni, quando decise di togliersi la vita, la Woodman, «ha sempre dichiarato che a fondamento di ogni azione, di ogni immagine prodotta, di ogni pensiero espresso attraverso le immagini, non c'è niente altro che sé stessa», estrema e coerente.

Francesca Woodman - Self Deceit
L'utilizzo ossessivo del bianco e nero è uno dei tratti distintivi della Woodman, con esposizioni lunghe o doppie esposizioni che le permettevano di partecipare attivamente alla scena e divenire, nella maggioranza dei casi, il soggetto. Come sottolinea Andrea Palla, “la sua è una fotografia fatta di corpi e anime, di visi nascosti con vergogna e nudità mostrate senza pudore, di stanze distrutte e tempo che scorre inesorabile, di decadenza e di sfumare. È una fotografia carica ma non melodrammatica, anzi fortemente incisiva e malinconicamente brutale. Ma è soprattutto una fotografia di ricerca di un’io fragile verso il quale l’Artista è sia vittima che carnefice, in bilico tra realtà e finzione, psicologia e gesto, verità e sogno”.
In questi ultimi anni la figura della Woodman ha suscitato notevole interesse e dibattito sopratutto in Italia, sono state realizzate due mostre monografiche Siena (2009) e Milano (2010) . Una visione alternativa di questa artista ci viene restituita invece dall'ultima della serie “Francesca Woodman, photographs 1977-1981” allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma - erede dell’antica libreria Maldoror.
Come racconta Veronica Vituzzi in un articolo su Doppio Zero, l’iniziativa di Casetti sembra partire da un desiderio di restituire alle fotografie qualcosa dell’atmosfera in cui vennero realizzate, accompagnandole con un gran numero di lettere, disegni, cartoline, istantanee inedite di Francesca all’opera, o intenta ad allestire le sue fotografie nella galleria di Ugo Ferranti nell’estate del 1978 assieme a Giuseppe “Pepe” Gallo, Bruno Ceccobelli, Angelo Segneri, Gianni Dessì. A metà fra la memoria nostalgica e la documentazione storica, si parla di progetti e pranzi, ricette e fughe al mare. Dai documenti emergono anche notevoli riflessioni sul suo modo di lavorare: la fotografa, solita a scattare solo dopo una minuziosa pianificazione di ogni singola immagine, racconta e disegna agli amici passo per passo le proprie idee.

Francesca Woodman - Lettera a Sabina Mirri
I testi esposti quasi sommergono le fotografie, qui presenti in un ruolo secondario rispetto al discorso personale sviluppato nelle lettere. Destinatari più frequenti sono lo stesso Casetti, da lei chiamato Cristiano, il già citato “Pepe” Gallo, Edith Schloss, incontrata a una conferenza tenuta da quest’ultima nella sede italiana del RISD, e l’amica Sabina Mirri con cui realizza la famosa Storia del Guanto ispirata al ciclo dell’artista tedesco Max Klinger ritrovato dalla stessa Francesca nella rivista del 1957 “Le Surréalisme, même”.
A Roma, in particolare, Woodman realizza la serie Calendar Fish – una sorta di diario fotografico con un numero diverso di anguille e pesci a simboleggiare i giorni dal 1 al 7 marzo – e Self Deceit.

Francesca Woodman - Self Deceit
L’idea per Space [una serie realizzata nel 1975-76 a Rhode Island] era molto più solidificata due o tre anni fa. Avevo l’idea di illustrare fisicamente metafore letterarie (the white lie) e di fare metafore fisiche per idee morali (la reputazione). E tuttavia, lavorando lentamente ad altri progetti, ho smarrito la particolarità di questa idea e sono venuta fuori con un gruppo di immagini che non illustravano nessun concetto specifico ma sono la storia di qualcuno che esplora un’idea […] seguiamo la figura che cerca di risolvere l’idea come se fosse un problema matematico e di inserirsi dentro l’equazione. Un paio di mesi dopo […] sono ritornata alla teoria originale per illustrare Self-deceit […] la cosa che mi interessava di più era la sensazione che la figura, più che nascondersi da se stessa, fosse assorbita dall’atmosfera, fitta e umida.
In poche righe vengono qui riassunte alcune idee-chiave del lavoro di Francesca Woodman, in primis l’attenzione alla costruzione formale dell’opera che si traduce in “un’equazione” da risolvere. Non a caso il libro Some Disordered Interior Geometries è composto da una serie di fotografie che si relazionano ai precetti di un vecchio libro scolastico di geometria in forma di elaborazioni concrete di concetti ideali. Nelle sue fotografie Woodman non espone il corpo nudo in quanto sovrastruttura culturale; piuttosto, lo utilizza sempre e solo in relazione con l’ambiente naturale o architettonico circostante, che lo confonde – alberi, carta da parati, la deformazione derivante dall’immagine sfocata nel movimento – o come lei stessa dice, lo assorbe.

Francesca Woodman - Self Deceit
Concetto di basilare importanza per rivedere il legame tra Woodman e il femminismo, poiché,malgrado questa sia tuttora l’analisi più popolare, quasi uno standard interpretativo, nel tempo guardando con maggiore attenzione al suo lavoro l’associazione diretta dell'artista alla lettura femminista è apparsa sempre più una eccessiva semplificazione, motivo per cui si è poi gradualmente sviluppata una visione alternativa rivolta maggiormente ai valori formali e alle influenze surrealiste presenti nella sua opera. Il piano visivo domina sempre quello speculativo, allorché “la teoria dietro l’opera è importante ma per me è sempre secondaria alla soddisfazione dell’occhio.” In altri termini, l’intento è di fare, se possibile, tornare i conti; o altrimenti fissare su pellicola l’incongruenza tra immagine e idea.

Francesca Woodman 1958 - 1981
Le ultime lettere inviate agli amici italiani, colme di nostalgia per il soggiorno romano, sono una spia del disagio che Woodman prova nel tentativo di affermarsi professionalmente nella grande metropoli americana.
Il desiderio di ritornare è contrastato dalle difficoltà che la sua attività incontra poiché “ l’unico problema è che il mondo dell’arte qua ti dimentica se vai via cinque minuti”.
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