Le immagini di un altro luogo dell'abbandono italiano, l'ospedale neuropsichiatrico di Racconigi. Uno spazio dove ancora riecheggiano i ricordi di un passato spazzato via dalla legge Basaglia e che ancora attende di conoscere il suo destino
Fotografie di Paolo Saglia
Testo di Stefano Cavallotto
Esistono nelle nostre città spazi separati, delimitati da confini invalicabili, in cui rinchiudiamo ciò che è inaccettabile. Luoghi sconosciuti, il più possibile nascosti, lontani dalla città vissuta ed esibita. Luoghi in cui la società occulta come polvere sotto il tappeto le esistenze ai margini, le vite che non si possono definire o categorizzare. Donne e uomini “senza”: senza risorse, senza casa, senza famiglia, senza lavoro, senza radici. Persone che infrangono le regole per disperazione, per comodità o per l’impossibilità culturale, psicologica o politica di riconoscersi nei modelli che la società impone come necessari. Uno di questi luoghi è stato fino a poco tempo fa il manicomio.
Le prime leggi sui “pazzi” risalgono all’800 e definivano la malattia mentale in base alla presunta pericolosità del folle. In questo senso affidarono alla psichiatria il ruolo di branca della giustizia che interviene a contenimento della pericolosità e fondarono l'ospedale psichiatrico come spazio detentivo in cui questa presunta pericolosità veniva segregata. La legge Basaglia pose fine all’istituzione manicomiale, dal 1978 i manicomi si sono gradualmente spopolati e in gran parte dei casi ciò che resta sono edifici completamente inutilizzati, spesso inagibili. Spazi in cui le tracce delle esistenze che lì si sono consumate sono affidate ai segni sui muri, agli oggetti dimenticati, al silenzio.

L’Ospedale Neuropsichiatrico di Racconigi, fondato nel 1871, in poco più di 100 anni ha visto passare tra le sue mura oltre 34.000 “pazzi” prima di essere definitivamente chiuso. Ora non c’è più nessuno. Gli spazi esterni sono invasi dalla vegetazione, all’interno restano stanze vuote, mura scrostate, odore di polvere e muffa. Ma non sono passati molti anni da quando in questo luogo si consumavano vite disperate. Da quando fantasmi con addosso lembi di umanità erano costretti a mettere in scena il disumano.
Entriamo per sentire, prima ancora di capire. Un sole silenzioso penetra dalle vetrate, si scoprono paesaggi di polvere, lo sguardo si ferma sui particolari. Vogliamo respirare l’odore, toccare i muri e le cose, ascoltare rumori e voci passate, che il silenzio ha trattenuto, e forse sa ancora restituire. Un cammino lento. L’attenzione ai passi. Si percorrono corridoi, si osservano la luce e le ombre. Ci fermiamo sulla soglia delle stanze. Ci avviciniamo alle pareti, proviamo a leggere tutti i segni della vita che è passata e ha tentato di fossilizzarsi sull’intonaco, prima di annullarsi nella solitudine, o nella violenza.
Eppure qui c’erano corpi che vivevano. Anime che urlavano il loro essere in vita. Occorre cercare i segni del loro passaggio. I muri che imprigionano diventano lo spazio fisico in cui dichiarare di aver vissuto, prima dell’oblio. Territorio materiale dove segni incerti si trasformano nel tentativo di fermare lampi di vita, ombre sfocate di mondi interiori costretti in corpi deformi e menti annebbiate. Segni invisibili, che a volte la fotografia riesce a raccontare.
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