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Lampedusa

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Abbiamo visto i loro volti nelle gigantografie di Ellis Island. Foto in bianco e nero con facce stanche di emigranti, che aspettavano l’ingresso in America restando in quarantena nel centro per immigrati realizzato sull’isolotto davanti a New York


di Fabrizio Morviducci

 

Uomini, donne e bambini impauriti e laceri, ma anche pieni di speranza. A Lampedusa i migranti che sbarcano hanno gli stessi occhi. Impastati di sale dopo giorni di mare senza acqua dolce da bere, guardinghi davanti alle forze dell’ordine che li attendono per l’identificazione, puntano alla ‘terra promessa’ in un paese d’Europa. Sbarcano alle quattro di notte al porto militare, dopo 48 ore di navigazione su una carretta che non ha neanche gasolio sufficiente nei serbatoi per arrivare in Italia. I pattugliatori della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanza, vanno a prenderli a largo; a volte si spingono fino a novanta miglia dalle acque nazionali, praticamente a vista delle coste libiche o tunisine. Abbordano i barconi, imbarcano i migranti e poi tornano in porto. Arrivano dalla Libia in fiamme, dalla Tunisia che cerca di dimenticare Ben Alì. Ma soprattutto arrivano dall’Africa a sud del Sahara, dopo un viaggio ‘rischia tutto’ in mezzo al deserto stipati sui camion. Si mettono in mano alla criminalità organizzata, che prima li fa viaggiare sulle piste di sabbia, poi li ammassa su dei gusci di noce che spesso vanno in avaria nel mezzo del Mediterraneo. 

 

luciano simonelli

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Merce, non uomini. Merce da imbarcare senza troppo preoccuparsi se arriverà a destinazione. La rotta che va dall’Africa a Lampedusa è diventata una nuova rotta degli schiavi, come quella tristemente nota seguita dai negrieri che va dal Senegal ai Caraibi. I pesci predatori hanno già imparato che gli scafisti senza troppi problemi buttano a mare i corpi di quelli che non ce la fanno. La criminalità organizzata gestisce i flussi migratori come i diavoli di malebolge: mette nella stessa barca uomini di etnie in guerra che litigano, si accoltellano, si uccidono a volte per un po’ d’acqua dolce. Non ne portano a bordo gli scafisti, perché mettere casse d’acqua da bere significa perdere posti e soldi. Mille euro e spiccioli è il prezzo per Caronte; si paga in anticipo, dopo si può anche morire. A volte sono gli stessi viaggiatori, appena sbarcati, a segnalare gli scafisti, che vengono arrestati. Spesso però, i criminali riescono a farla franca per l’omertà dei trasportati che temono ritorsioni alle famiglie.

 

luciano simonelli

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L’emozione più forte durante lo sbarco: vedere i genitori stremati che non riescono a vigilare sui loro piccoli; li guardano mentre vanno verso le ambulanze, tenuti in braccio dai marinai della guardia costiera o dai finanzieri. Ma è un’emozione altrettanto intensa, sapere che  in tanti non ce la fanno. Muoiono annegati, soffocati. Muoiono senza nome. Per loro una tomba nel bianco cimitero di Lampedusa abbagliato dal sole undici mesi l’anno. Nessuna lapide, solo un numero e l’anno in cui sono stati raccolti senza vita dalle onde del mare o dalle stive dei barconi. Questo è un dramma umano che si perpetua quotidianamente, ma che passa quasi inosservato. 

I lampedusani sopportano l’emergenza, ma di giorno in giorno la situazione diventa sempre più difficile. D’estate gli operatori turistici hanno subito un calo del 70% sugli arrivi; eppure sull’isola la presenza dei migranti si avverte solo guardando i barconi ammassati accanto al campo sportivo al porto nuovo, e la notte quando risuonano le sirene delle ambulanze e dei mezzi di Polizia e Carabinieri. Da tempo gli isolani in grave difficoltà hanno chiesto di fermare ‘il reality show’ per lasciare spazio alla dimensione umanitaria della vicenda, senza descriverla come un assalto. Molti pensano di lasciare Lampedusa: non per gli arrivi continui dei migranti, ma per la crisi economica da sovraesposizione, che sta diventando sempre più grave. A fine settembre hanno reagito scontrandosi con gli immigrati che avevano lasciato il Centro di accoglienza dopo averlo incendiato. Disperazione su disperazione: tanti di quelli incattiviti, sono gli stessi che in passato non hanno esitato a buttarsi in mare per salvare i migranti dall’annegamento.

 





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