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«Cuentapropistas» e socialismo

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“Il socialismo vincerà le difficoltà”, così recita uno dei maxi manifesti che campeggiano lungo le strade di tutta Cuba, e per quanto quella frase sembri vecchia di oltre mezzo secolo, non lo è l’ideale

di Irene e Luca 
 
L’ultimo Congresso del Partito Comunista, svoltosi a metà aprile di quest’anno, ha sancito alcune storiche riforme economiche, pur sostenendo, che solo il socialismo potrà vincere le difficoltà. Il governo ha tracciato le direttive per lanciare il paese verso un esperimento di libero mercato, dettato, in buona parte, per far fronte ai tanti licenziamenti previsti tra gli impiegati statali. L’economia cubana, indebolita dalla crisi internazionale, dalle scarse risorse interne, di materie prime e manodopera qualificata, sta attraversando un momento sostanziale, tra la volontà di non voler tradire i vecchi ideali e la necessità di aprirsi ai mercati e alla modernità.  Cuba riconoscerà «investimenti stranieri, cooperative, piccoli contadini, usufruttuari, e i lavoratori autonomi». Le prime licenze per aprire attività in proprio sono state concesse, già prima del congresso, ai venditori ambulanti e ai barbieri; oggi tante piccole attività, che prima erano solo statali o illegali, si stanno diffondendo rapidamente.
 
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I “cuentapropistas”, sono i nuovi lavoratori in proprio, un universo vario di falegnami, calzolai, piastrellisti, riparatori di accendini, rubinetti, marmitte, biciclette e qualsiasi altra cosa si possa riciclare; basta chiedere l’autorizzazione e pagare una somma commisurata alle vendite o al lavoro svolto.  Julio, ottantenne, ha deciso che non è ancora tempo di andare in pensione e di fare il grande passo nel libero mercato. Il suo vecchio mestiere di calzolaio lo sa far bene, ha riparato scarpe anche per gli alti ufficiali dell’esercito, e fiero mostra la nuova tessera da “cuentapropistas”. 
 
Nel garage della sua casa, invece, Leonardo si è inventato tagliatore di mattonelle. Gli è bastato poco spazio e qualche semplice attrezzatura per riuscire a guadagnare qualcosa, anche pochi dollari al giorno, ma tutti meritati.  Come lui, anche Ernesto e Roberto, di fronte ai simbolici stipendi statali (in media sui 20 dollari al mese), hanno fatto la stessa scelta, continuano il lavoro che facevano prima, sacrificando una parte della loro casa per allestire l’officina o la falegnameria. Nessuno di loro ha fatto investimenti per aprire l’attività, nessuno di loro ha capitale da investire, e si arrangia come può.
 
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A Guanabacoa, per esempio, la palestra di Daisy è aperta ogni giorno, di mattina per gli uomini e di pomeriggio per le donne e funziona grazie agli attrezzi per il fitness e il body building realizzati direttamente dal marito.  Bisogna riconoscere che questo cambiamento radicale nella storia dell’economia cubana, non è scontato, non per tutti i Cubani è facile improvvisarsi imprenditori di se stessi. Così, accanto ai nuovi lavoratori autonomi restano numerosi gli esercizi commerciali e le attività statali; ma è in previsione che anche la famosa “libreta”, la tessera alimentare che integrava i miseri salari, verrà gradualmente abolita. La rincorsa di Cuba verso il capitalismo è appena cominciata.




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