“Gli accampamenti dei rifugiati Saharawi nel sud dell’Algeria sono nel deserto dei deserti. È un nulla vastissimo, circondato di nulla, dove crescono solo le pietre”. Edoardo Galeano, in un articolo pubblicato dal Manifesto il 5 maggio 2006, descriveva così il territorio dove da più di trent’anni il popolo Saharawi combatte la sua lotta per la libertà
di Giovanna Sodano
Un popolo che da generazioni, con ostinazione e fierezza, continua a crescere i propri figli nel deserto arido e ostile concesso dall’Algeria, in attesa di ritornare nella sua Terra.
Questo deserto nel deserto fa da sfondo alle immagini raccolte nell’aprile 2009 durante la mia permanenza negli accampamenti dei rifugiati Saharawi della wilaya di El-Ayoun, a sud di Tindouf.
Sono appunti di viaggio che risuonano delle voci degli amici bambini incontrati nella scuola "27 febbraio" costruita in mattoni di sabbia. Piccoli amici dagli sguardi curiosi e profondi per i quali sono Jolanda. Sono ricordi pervasi dal profumo della lavanda aggiunta al tè versato per decine di volte da un bicchiere all’altro, el primer te es amargo cómo la vida, el segundo es dulce cómo el amor, el tercero es suave cómo la muerte; nettare che ricopre il fumo acre del carbone che arde sotto il bollitore smaltato e regala il tempo per l’amicizia.
Ritratti delle sorelle saharawi dagli sguardi profondi e attenti mentre Giulio Di Meo tiene i primi incontri del corso di fotografia Deserto Rosa rivolto alle studentesse degli accampamenti; sguardi illuminati da sorrisi sorpresi e divertiti quando impugnano per la prima volta la mia reflex e rivedono i loro primi scatti. Istanti trascorsi con i figli delle nuvole dai volti solcati dal vento di sabbia, un tempo, costretti ad inseguire la pioggia per sopravvivere al Sahara, oggi segnati dalla nostalgia per una Madre lontana e dal dramma dell’esilio, ancora inseguono il miraggio beffardo della giustizia.
Così lontano dalla mia casa non mi sono mai sentita straniera se non per il piacere profondo e l’occasione curiosa che l’essere straniero poteva offrire. Ma arriva l’ultimo giorno nei campi, la marcia al muro di verguenza organizzata dall’UNMS (Union National Muheres Saharawi): sono nella carovana di decine di autocarri carichi di donne Saharawi, di studenti, di giovani delle organizzazioni internazionali che attraversano il deserto per raggiungere il berm che separa i territori occupati. L’atrocità che un intero popolo ha vissuto, diventa reale, attuale, tangibile. Come la colonna di sabbia sollevata dall’esplosione di una delle milioni di mine disseminate lungo i tremila chilometri del muro di sabbia e sassi. Come le urla di Ibrahim Hussein Leibeit che si trascina con la gamba dilaniata a pochi metri da me. L’orrore ha l’odore di polvere e sangue che ricorda che per il popolo Saharawi la guerra non è mai finita.
Saharawi: breve storia
“Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via"
Ad oggi la RASD, Repubblica Democratica Araba del Sahara, riconosciuta il 22 febbraio del 1982 dall’Organizzazione dell’Unità Africana ed oggi in tutto il Mondo da oltre settanta Paesi, attende il riconoscimento del proprio diritto all’autodeterminazione. Il referendum stabilito dall’ONU nel 1992 e ribadito dal piano di pace Baker non si è ancora svolto per l’impossibilità di definire la composizione del corpo elettorale. Il Marocco in disaccordo con i criteri stabiliti nel piano di pace, oppone innumerevoli ricorsi per l’esclusione dalle liste elettorali alla MINURSO, la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale decretata con la risoluzione 690 del 29 Aprile 1991. Finora il mandato della MINURSO è stato prorogato ogni sei mesi ma il censimento degli aventi diritto non è ancora terminato.
Il ricorso alla forza da parte dell’esercito marocchino, i maltrattamenti e le persecuzioni nei confronti dei Saharawi che vivono nei territori occupati, testimoniate in questi ultimi mesi dal caso dell’attivista Aminatou Haidar, il Gandhi del Sahara Occidentale, rende necessaria l’estensione del mandato della MINURSO alla protezione dei diritti umani della popolazione civile saharawi nei territori occupati del Sahara Occidentale. Su questa questione si sono mobilitate le numerose ONG da anni impegnate per sensibilizzare la comunità internazionale sulla condizione dei rifugiati Saharawi.
Tutte le Photogallery
di Gaia Squarci
Sahara Occidentale, 1974: la Spagna si ritira decolonizzando i territori della popolazione Sahrawi e un anno dopo, contravvenendo alle norme di autodeterminazione fissate dalle Nazioni Unite, firma un accordo segreto con Marocco e Mauritania per la spartizione dei confini
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso
a cura della redazione
Il sito della Biblioteca del Congresso ospita buona parte degli archivi della FSA: decine di migliaia di fotografia che raccontano l'America della depressione e della seconda guerra mondiale

di Ugo Panella
Per anni, fino al 2002, violenza a fiumi e mutilazioni a colpi di machete, sono stati il cartello di “benvenuti allʼinferno di Freetown”. Violenza per diamanti. Diamanti per armi
Intervista a Riccardo Venturi
Antonio Zambardino, essere giovane fotografo oggi
Intervista a Gianluca Colla
Galimberti: scatti sussurrati
Testimonianze in bianco e nero
Intervista a Davide Monteleone
Missione natura
Loris Savino
Cartoline dal fronte
Camere Oscure
Fabrizio Villa
Jean-Claude Coutausse
David Burnett
Robert Clark
Massimo Sestini
Amani Willett
Michael Brown
Mario Spada
Raul Gallego Abellan
Espen Rasmussen
Verso Ovest
Doisneau – Paris en Liberté
Arte Laguna 12.13
Mario Giacomelli
Holzwege
MyShot
Mare Nostrum
Musei, bambole e altre storie
Hasselblad's Mermaids - Workshop 2012
Virginia Prix: 10 000 € riservati alle donne