Sono la testimonianza del bisogno di comunicare, spesso l’incomunicabile, le scritte che compaiono sui muri delle città.
di Mauro Zorer, testo di Luca Chistè
Quelle della città di Trento sembrano uguali a milioni di altre; eppure, a ben guardarlo, ogni luogo “firmato” dai writers ha una sua specificità se si legge questa ipotesi di lavoro fotografico con l’idea di creare un topos unitario sul tema.
Le scritte sui muri, forse più di ogni altra evidenza, connotano il paesaggio urbano e lo rendono, per certi versi, specifico. Se l’occhio del fotografo, inoltre, come era nelle intenzioni di questo lavoro, trascende la scritta in sé e per sé e la pone in relazione al contesto urbano, usando costruzioni ironiche o, per converso, antinomiche, ecco che questa percorso visuale diventa una fresca e rinnovabile catalogazione della città, delle sue contraddizioni e, indubbiamente della sua marginalità.
Dietro ogni scritta il desiderio di “essere” ed “apparire” di una comunità che, sempre più indaffarata e attenta al proprio progresso economica e sociale sembra aver chiuso, completamente, la porta in faccia a coloro, molti e silenti, che vorrebbero “urlare” la condizione di una precisa condizione sociale o, più semplicemente, un dolore (magari di ispirazione goethiana con il disperato sentimento del giovane Werther per Lotte) o una passione, tenera e struggente, per un amore impossibile o improbabile.

La nostra visione, nel consumo sempre più rapido, scontato e prevedibile delle immagini, sembra aver metabolizzato, come fosse un gigantesco stomaco sociale denso di potentissimi succhi gastrici, qualunque stimolo.. I muri della città, invece, sono l’epidermide sensibile sulla quale, sempre più frequentemente, trovano spazio le istanze di numerosi gruppi sociali (collettivi politici, extracomunitari, semplici writers, ecc..) che li impiegano per fare capire, a sé stessi in primo luogo (con una logica comunicativa che ricorda le dinamiche molecolari tipiche dell’ “in-group”) e poi a tutti gli altri (probabilmente percepiti come un “out-group” compatto) di esistere e di voler far pesare, la loro esistenza, nel rapporto con la città e gli spazi urbani.
Le scritte sui muri sono per lo più percepite come odiose e, nella pressoché totalità delle opinioni correnti, assolutamente incapaci di valere come status comunicativo. Tuttavia, liquidarle con questa sola prospettiva rischia di essere riduttivo (o quanto meno fuorviante) poiché, a vederle raccolte e catalogate nel lavoro fotografico qui proposto, ci si rende ben conto che le analisi da compiersi devono scavare molto al di sotto della superficie muraria e spingerci ad “andare oltre”. Una possibile chiave di lettura per questo lavoro va cercata in questa direzione: la necessità, con il contributo di un articolata evidenza fotografica , di restituire una sensazione (quasi fosse un moderno album della città) sul tema dei bisogni comunicativi e sulle istanze, dense e assai complesse, che spingono le persone ad usare le superfici murarie al pari di un gigantesco e collettivo block-notes. La scelta stilistica del b/w è da ricondursi agli obiettivi assegnati alla ricerca: un’indagine che voleva essere, fin da subito, priva di qualunque “sovrastruttura” (formale o cromatica), e per questo capace di condurre la visione dei fruitori all’essenza delle scritte e di ciò che esse, percettivamente, trasmettono a coloro che le osservano.

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