L'Abkhazia è una striscia di territorio georgiano verde e montagnoso, allungata lungo la costa del Mar Nero, bordata dalle alte cime del Caucaso e solcata da profonde valli.
di Giovanni Ricco
La bellezza delle sue coste mediterranee profumate di pini ne ha fatto per lunghi anni la riviera di villeggiatura sovietica. Dopo la dissoluzione dell’URSS, e dopo la sanguinosa guerra del ’92-’93 , che ha visto la sconfitta delle forze georgiane, è nata – autoproclamata e non riconosciuta a livello internazionale - la Repubblica Abkhaza. Delle 500 mila persone che popolavano la regione prima delle guerra, 250 mila georgiani sono scappati o sono stati espulsi.
Oggi in Abcasia vivono ufficialmente 215 mila abitanti di cui 100 mila abkhazi che parlano una lingua diversa dal georgiano, ma strettamente imparentata. Il secondo gruppo etnico è quello armeno con circa 50 mila abitanti in gran parte sulla costa occidentale, seguono i russi che sono il dieci percento della popolazione. In seguito al conflitto russo-osseto-georgiano del 2008, i russi hanno occupato la Gola di Khodori, unico lembo di Abkhazia ancora sotto controllo georgiano, abitata però da montanari di etnia svan.
Come quello osseto il governo abkhazo è riconosciuto solo dalla Russia e dal Nicaragua, e intrattiene rapporti diplomatici con una piccola serie di altri stati fantasma come il Nagorno-Karabakh, l’Ossetia del Sud e la Transnistria.
Al crepuscolo il confine amministrativo che separa la Georgia dall’Abkhazia è silenzio e sinistro. Solo un uomo che porta buste di plastica si avventura ignorando i poliziotti georgiani di guardia. Il confine e' a 20 km a nord di Zugdidi, da lì per arrivare alla frontiera bisogna prendere un taxi, poi si procede a piedi. I poliziotti georgiani controllano i passaporti. “Non c’è molto da vedere da quella parte – dice un ufficiale – , sei sicuro di voler passare? C’è un lungo ponte da attraversare, scoperto e sotto il tiro dei cecchini”.
Forse cercano solo di scoraggiare i curiosi, ma non saranno gli unici a dirlo. Oltre il posto di blocco ci sono le linee militari georgiane. Fra i due fronti scorre il fiume Inguri che scende dalle vette innevate dello Svaneti che brillano maestose degli ultimi raggi. Il ponte che attraversa la terra di nessuno è, invece, spettrale e interminabile, protetto da balaustre di un azzurro infantile e fuori luogo. Oltre il fiume c’è una grande base militare russa che si annuncia con il rumore dei cingolati che vanno e vengono macinando l’asfalto. La milizia abkhaza con mimetiche russe controlla i documenti e i lasciapassare che il Ministero degli Esteri invia via mail ai pochi che decidono di passare il confine sud.
A quell’ora di bus e taxi non c’è più traccia. La milizia si consulta: - Può venire mio cugino – conclude uno. Il cugino è un ragazzo di 30 anni cui se ne darebbero 40, che arriva dopo un po’ a bordo di una vecchia Opel. E’ appassionato di macchine, soprattutto tedesche e italiane, precisa con diplomazia. Lavora in una banca "Quanto guadagna un impiegato in Europa?" , chiede, ascolta la risposta e commenta: "Per guadagnare quei soldi qui ci vuole un anno".
La strada per Gali, un villaggio popolato da abkhazi e megreli georgiani ritornati dopo la guerra, è completamente dissestata e interrotta da enormi buche. La macchina vibra e segue strani tracciati, alla ricerca di pezzi di asfalto percorribili. L’autista gira un po’ alla ricerca di qualcosa, poi bussa ad una grande casa di legno, contratta con un donna e mi comunica il prezzo dell’ospitalità. Nel congedarsi non risparmia un consiglio. “Meglio chiudersi dentro la propria stanza, in questa casa la gente ama mettere le mani delle cose degli altri.”
In casa oltre alla vecchia c’è sua figlia, due bambini piccoli e un grande pianoforte scordato. Al mattino una batteria di galli annuncia l’alba. Fuori inizia un via vai di donne che trascinano sacchi di farina, mentre sui prati, fra le case, cavalli e maiali brucano l’erba. Un uomo in mimetica e con la barba sfatta rincasa poggiando un kalashnikov sulla porta. Un’altra vecchia, sbuca da non si sa bene dove, e intima di pagare sola la metà della cifra pattuita. E’ lei stessa a prendere i soldi e a consegnali alla padrona di casa. Dopo, fa segno che è tempo di togliere il disturbo.
Sukhumi è di una malinconica bellezza, silenziosa e vuota. Più di metà della popolazioni è fuggita via ai tempi della guerra. La città porta ancora i segni dei colpi sparati sugli edifici e sui monumenti. Al centro, cupo e incombente lo scheletro di quello che è stato il palazzo del governo. Davanti un alto piedistallo da cui un tempo si protendeva un Lenin che guardava verso un radioso futuro socialista.
Il lungomare con i suoi lampioni bianchi di epoca sovietica e un singolare porto turistico racconta di tempi migliori. Sommerse sotto le acque della baia dormono le rovine della città greca di Dioscuria. In una casa di legno sul mare, dove fanno il conto con un pallottoliere, anziani mangiano zuppe e carne bevendo vodka.
Poco più avanti, in quella che doveva essere una piscina, ora semidistrutta e piena di acqua piovana, hanno appena macellato un vitello e si accendono i fuochi per un pranzo di festa. Sul corso principale in un negozio di souvenir per i turisti russi che accorrono in estate, un ragazzo vende cartoline, spille, tazze e francobolli con la bandiera abkhaza: strisce verdi e bianche e una mano rossa.
“Questo è un paese bellissimo, non posso che dirmi fortunato di essere nato in Abkhazia.” Riflette per un po’, poi prosegue “Dopo quindi anni dall’indipendenza tutto resta ancora da fare, manca persino l’acqua calda. Forse andrò via da qui.”
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