Clay Collerà, classe 1956, ha portato il frisbee a Rimini nel 1978. Fondatore della Libera Società del Frisbee, associazione sportiva, del Cota Rica, squadra di frisbee ultimate riminese, nonché pluricampione italiano, europeo e mondiale di frisbee freestyle, è per tutti il simbolo italiano di questo sport.
di Lui Tasini Fotografie di Roberto Mignanego
Poteva essere il solito gioco di un ragazzo per rompere i confini dell’inverno:
qualche lancio, due risate fra amici, il fiato corto, nuvole di vapore nel freddo umido di un novembre qualsiasi. Sarebbe stato un ricordo accantonato, un frisbee giallo nel grigiore dell’inverno, frammento di colore nella miriade di frammenti colorati di una Rimini anni ’80.
Ma su quel frisbee giallo c’era scritto un nome e una storia che cominciava da lì, e sarebbe continuata per altri mille capitoli, un capitolo per ogni frisbee usato, consumato, portato in giro per il mondo.
Rimini è una città strana, a metà strada fra il divertimentificio e la malinconia latente che l’avvolge quando l’ultimo ombrellone viene chiuso e i negozi vengono sigillati con legni scuri.
Chi cerca di catalogarla rimane sempre indietro di un passo, perché non è facile delimitare una città come la nostra. Manca sempre un tassello per completarla nelle definizioni, perché non è una città di solo mare, né di solo turismo, perché ha personaggi illustri che passeggiano nel suo borgo, ma anche illustri sconosciuti che sono i personaggi veri, quelli che la caratterizzano fortemente.
Rimini ha grandi strade con cento alberghi e viottoli di sampietrini con l’osteria nel seminterrato, il viale che porta in collina e la stradina di sassi e polvere che raggiunge il cabinotto sospeso sul fiume.
E ha una spiaggia, immensa, che è ombrelloni e odore di cocco, mojito e creme solari, amori furtivi e bambini che si perdono, ma anche solitudine e onde cattive, vento gelido e passeggiate sulla riva, a cercare conchiglie e trovare rami portati dalla tempesta, da chissà dove.
Ecco, quel frisbee giallo poteva avere una storia che sarebbe continuata per altri mille capitoli solo in una città così: perché Rimini, ridanciana e malinconica, solare e triste, esagerata e pudica, ha in sé la capacità di sognare, far sognare, e crederci, nei sogni.
Il ragazzo del frisbee giallo si metteva sul porto, tutti i giorni dell’anno, e giocava. Solo, imperterrito, strano e pazzo. I riminesi lo guardavano, eccolo, quel matto del frisbee. Si mettevano lì intorno, mangiavano lupini, una piadina, parlavano e intanto gli davano voce ‘sei bravo eh?’
Il ragazzo del frisbee sorrideva, grazie, e continuava a giocare.
Poi un giorno si era unito un altro ragazzo, dopo qualche mese altri due, poi una fidanzata, altri tre amici, ma sì, è bello giocare, correre su una spiaggia libera, rincorrere il vento e pensare di dominarlo con 160 grammi di plastica.
La storia cominciava ad avere capitoli densi di risate, corse, le prime gare, andiamo in Austria, in Germania, domani partiamo per la Norvegia.
Gli anni si inanellavano, qualche giornale locale cominciava a scriverne, i ragazzi del frisbee riminese hanno vinto una gara: due righe piccole, dopo i necrologi, ma andava bene così.
Verso la fine degli anni 80 i frisbisti riminesi erano abbastanza e abbastanza forti per conquistare il diritto di organizzare un torneo lì, a casa loro:
si erano messi in testa di fare il torneo ideale, quello che avrebbero voluto vivere quando se ne andavano in giro per l’Europa, a conquistare titoli correndo dietro a un frisbee.
Avevano una spiaggia, nel DNA quella mania di accogliere la gente che solo i romagnoli hanno, un po’ la vocazione al turismo, un po’ la voglia di divertirsi anche loro, e poi quell’ironia, bizzarra, che li rende speciali.
Così sì, dai, proviamo, si erano detti, e avevano creato un torneo, dove dentro ci doveva stare gioco, gara, divertimento, feste, pesce, vino e tutto quello che veniva in mente per farlo diventare un avvenimento di quelli belli, che si ricordano.
Anche il nome, però, doveva essere riminese, e allora l’avevano chiamato Paganello. E ci ridevano su, perché era anche uno sfottò, visto che il paganello è un pesce, brutto e stupido, dell’Adriatico. Sono passati mille frisbee, da allora.
Mille frisbee per mille, se si contano anche quelli portati dagli altri giocatori.
Perché alla sua diciannovesima edizione, quella del 2009, di frisbisti ce ne erano 1.700, sulla spiaggia di Rimini, 106 squadre, e 80.000 le persone che sono andate a vedere le gare, a guardare quei pazzi che venivano dall’America, dall’Oceania, dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa.
Rimini era vestita a festa, per l’occasione, come fa da diciannove anni a questa parte, per accogliere tutti: si era messa un tendone da circo sulla spiaggia, e pure degli antichi romani per la festa a tema, e gazebo, pedane, palchi per la musica dal vivo e per gli spettacoli.
E c’erano colori ovunque, frammenti di colore ovunque.
E frisbee. Ovunque. Il prossimo anno il tema del Paganello sarà ‘Amarcord’.
Perché gli organizzatori, quegli stessi della fine anni 80, non si dimenticano di essere figli di questa terra, di una città a metà strada fra il divertimentificio e la malinconia latente e neanche si scordano di quel primo frisbee giallo.
Anche io me lo ricordo bene, perché grigio era il cielo, il mare, grigia la sabbia, c’era solo quella scheggia di colore e un ragazzo che correva a riprenderla. E sul quel frisbee c’era scritto un nome, buffo e strano come il ragazzo che ci giocava: Clay.
Grazie a lui e ai ragazzi che hanno seguito Clay Collera nel suo sogno pazzesco, Rimini accoglie tutti gli anni, nel periodo di Pasqua, il più grande evento mondiale di frisbee sulla spiaggia, creando un villaggio dove sport, spettacolo e musica si fondono, per offrire ai 1.700 atleti provenienti da tutto il mondo e all’immenso pubblico, il torneo ‘sognato’]
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