“Vuoi vedere un bel panorama?”, mi aveva chiesto dieci minuti prima. Seguendolo per gli stretti e impenetrabili vicoli della medina, osservavo i volti delle persone sedute sui gradini dei portoni a chiacchierare, rischiarati dalla luna.
Omar camminava sicuro davanti a me, talvolta girandosi brevemente per controllare che lo stessi seguendo.
Alla vista delle lapidi, entrando nel cimitero, mi sono chiesto se non avessi fatto un errore; ma appena girato l’angolo di un muro abbattuto, ogni dubbio è evaporato come sudore nel deserto.
Fumiamo in silenzio, seduti sul tetto spoglio di una casa che confina con il cimitero, costruito sulla collina alle nostre spalle. Lasciando correre lo sguardo in lontananza, osserviamo la città, antica di oltre 1200 anni, che si stende sotto di noi punteggiata dai minareti delle moschee.
Omar è un adulto-bambino: anche se ha solo 17 anni, il suo viso porta i segni di una vita difficile e la luce nei suoi occhi sembra essersi già sbiadita, come i colori della maglietta Nike troppo larga che indossa.
“Je suis berbère”, mi dice mettendosi una mano sul petto, come a rivendicare una discendenza pura e nobile, lontana dalla vita caotica di questa città nel cuore dell’Atlante.
In passato i suoi antenati viaggiavano nelle gole del Dadés e del Todra, affrontavano la fornace delle dune e si spostavano tra le oasi che crescono nella valle scavata dallo Ziz. Omar invece è uno dei tanti ragazzi che oggi guidano i ricchi turisti nel labirinto di Fez.
Le tradizioni berbere e i valori familiari, tramandati nel corso dei secoli, sono ancora vivi nel popolo marocchino, eppure nelle grandi città stanno iniziando a scomparire, sostituiti dai nuovi bisogni che lo sviluppo e l’influenza dell’Europa portano con sè.
Le mitiche città imperiali di Marrakech, Fez e Meknes si trovano oggi in bilico tra il loro antico passato e un futuro ancora incerto. Tra le concerie e le botteghe degli artigiani, dove è ancora possibile respirare il profumo delle spezie che arrivano dall’altra parte del deserto, aprono oggi internet bar e negozi di telefoni cellulari. Sempre più spesso i giovani berberi lasciano la campagna per cercare fortuna in città, inseguendo il sogno di una vita più facile, ma le prospettive non sono molte.
Un amico di Omar, originario di un piccolo villaggio del Ketama, ci raggiunge portando con sè una teiera e tre piccoli bicchieri colmi di menta fresca, presi chissà dove. Sollevando il bollitore lucidissimo quasi sopra la testa, versa l’acqua con una traiettoria ampia e precisa. E mentre sorride da sotto il cappellino bianco da baseball, ci porge il vassoio invitandoci a bere con lui, ripetendo un gesto antico che non si perderà mai. www.matteoseveso.com
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