Di Alberto Campi
“ Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può, “...”, dare della bestia a chi l'ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d'arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano. La diga del Vajont era ed è un capolavoro perfino dal lato estetico.”
Dino Buzzati per"Corriere della sera", 11 ottobre 1963.
Sono stato a Vajont...
Tutti almeno una volta hanno sentito quel nome: Vajont.
Una complicata storia umana legata a una valle, ad alcuni paesi, a una diga, a una frana e a un'onda che nella notte del 3 Ottobre del '63 ha cancellato un paese intero e tutti i suoi abitanti. Oggi, 45 anni dopo quella catasrofe vado in quei luoghi ne studio la storia, leggo gli scritti di grandi autori come Dino Buzzati, Tina Merlin, Mauro Corona, ascolto Marco Paolini e i racconti di un amico che la mattina del 10 Ottobre era nel fango a cercare chi non c'era più e mi rendo conto che non si riesce ad arrivare a Longarone senza un nodo alla gola.
Arrivo da sud e, lasciata l'autostrada poco dopo Belluno risalgo la valle del Piave, e mi trovo a cercare con lo sguardo tra le montagne lo scorcio di quella diga. La prima traccia della tragedia è il cimitero delle vittime a Fortogna, una grande distesa di lapidi di marmo bianco. Proseguo verso il paese che quella mattina del '63 era sparito... Eccolo Longarone. E da qui sì, che si vede la diga, che ci guarda dal fondo di quella gola: una gigantesca opera, un grande esempio della maestria ingegneristica dell'uomo.
Il nuovo paese di Longarone è un esempio di moderna urbanistica, un paese che ospita un poema di calcestruzzo che è la Chiesa dell'architetto Giovanni Michelucci.
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a cura della Redazione
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