Poco prima della repressione compiuta dalla giunta militare del Myanmar nei confronti dei monaci, Pietro Celli ha scattato queste immagini all'interno delle comunità e dei monasteri buddhisti Birmani e Laotiani di Pietro Celli
“Da secoli, ogni giorno alle prime luci dell’alba, decine di migliaia di monaci scalzi, avvolti nelle tuniche arancioni, escono dai loro monasteri e in fila indiana, ognuno con una ciotola vuota nelle mani, vanno per le strade delle città e dei villaggi. La gente aspetta sulla porta di casa e con delicati gesti di devozione offre riso, frutta e fiori ai monaci che passano. Questo non è solo un rito che segna il ritmo della vita di ogni giorno, è soprattutto l’occasione che un buddhista ha di guadagnarsi, con le sue offerte, dei meriti per la vita di poi.” Tiziano Terzani (In Asia)
In Myanmar e in Laos l’85% della popolazione è buddhista. Nelle regioni montagnose più remote, vicino al confine cinese, dimorano gruppi etnici dediti all’animismo. Ma nella gran parte dei due paesi quasi ogni collina è coronata da una pagoda o un tempio. Il monastero è il centro di ogni comunità birmana o laotiana. I monaci non sono solo rispettati leader della comunità, ma spesso sono anche giudici, consiglieri, e maestri. Le famiglie spendono buona parte dei loro faticosi introiti in donazioni. Ogni giorno offrono cibo, preparato dalle donne prima dell’alba, spendono considerabili somme di denaro in pellegrinaggi e risparmiano per anni per riuscire a coprire i costi della cerimonia di iniziazione dei loro figli maschi. Nella tradizione, il monastero era anche centro per l’educazione, kyaung è l’espressione burmese per scuola monastica.
In Myanmar ogni giovane dovrebbe dedicare un periodo della propria vita come monaco in monastero. Il giorno della suo ordinazione, deciso dagli astrologi in accordo con la famiglia, è considerato uno dei più importanti della vita. In attesa che esso giunga, il giovane rimane al monastero indossando la veste bianca del novizio. Solo in seguito potrà indossare la veste dei monaci, arancione o cremisi, che simbolizza la rinuncia alle tentazioni terrene, seguendo l’esempio del Buddha. Una volta monaco dovrà mendicare il cibo e rimanere al monastero fintanto che la sua famiglia sarà in grado di sostenersi senza di lui.
Nel settembre 2007 le piogge monsoniche hanno provocato l’esondazione del grande fiume Ayeyarwaddy, che ha invaso le campagne e cancellato numerosi villaggi. Molte persone si sono rifugiate nei monasteri. Presso Mandalay, davanti ai nostri occhi, una moltitudine di disperati, per lo più bimbi, si è rifugiata nel Mahagandayon Monstery mescolandosi ai 3.000 e più monaci e novizi in cerca di cibo e riparo. Più di 300.000 sono i monaci in Myanmar ed essi rimangono il fronte della resistenza politica al governo militare. Ed è stato grazie alla considerazione che godono nella società birmana, che l’esercito è stato riluttante a reprimere le loro manifestazioni di protesta. Ciò nonostante i militari sono intervenuti pochi giorni dopo questi scatti.
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