di Paola Fontana
Tra tanti fotografi che non vogliono nemmeno sentire parlare di Photoshop o di ritocco digitale, Andrzej Dragan è un giovane che rappresenta in pieno lo spirito di un'artista contemporaneo: usa gli strumenti che il suo tempo gli mette a disposizione e non si vergogna a farlo né tanto meno ad ammetterlo. Recentemente venuto alla ribalta per via dello stile fotografico molto particolare, sembra volersi cimentare sul genere del ritratto. Un ritratto si, ma draganizzato, lontano da qualsiasi forma di naturalismo e privo di quei tratti che definiscono il genere, la riconoscibilità del soggetto e l'eventuale rivelazione di elementi dell'indole interiore.
Un autore di certo singolare, che calca la mano forse un tantino di troppo sull’eccentricità non solo delle sue foto ma anche del suo personaggio, e che offre (poche) immagini, intense e sconcertanti, che giocano sull’esasperazione dei dettagli, sulla saturazione portata al limite e sul contrasto delle ombre e delle luci, richiamando le visioni oniriche del regista David Lynch
Chi è Andrzej Dragan?
Andrzej è un trentenne polacco laureato in fisica quantistica che lavora come assistente presso l’università di fisica di Varsavia.
E la fotografia allora? Come hai iniziato?
La fotografia non ha nulla a che fare con il mio vero lavoro, è un hobby che, al pari di tutte le cose che faccio, deve divertirmi. Non sono uno che gira sempre con la macchina fotografica al collo, né uno dal clic facile. Realizzo pochissime immagini, e solo quando capisco di essere di fronte al soggetto “giusto”. Il vero lavoro comincia dopo, quando mi metto all’opera dedico molta attenzione e molta pazienza.

Come capisci quando un soggetto è “giusto”?
Ho scoperto quasi per caso che alcuni volti catturavano la mia attenzione. La scelta di un modello è per me l’ingrediente più importante: è il modello che fa la foto, non il fotografo. Quindi, quando mi sento ispirato, organizzo delle piccole “cacce” in giro per le strade alla ricerca di facce che mi colpiscano.


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