E quale è stata la tua risposta a queste critiche?
Il mio primo obbiettivo è raccontare le storie che ritengo importanti usando il linguaggio visuale della fotografia. Quello che però sto imparando è che i modi per raggiungere questo scopo sono molteplici, in continua espansione verso nuove forme di comunicazione che non potevo nemmeno immaginare fino a soli 5 anni fa. E fino a quando questi nuovi progetti di comunicazione attireranno l'attenzione di media ed editori, consentendomi di raggiungere così un più ampio numero di persone, continuerò a esplorare nuove strade perché questo mi permette di continuare a fare ciò che amo di più, ossia raccontare storie sociali e politiche. Ed è per questo che ritengo la multimedialità un elemento centrale. Essa permette di raccontare le storie in un modo nuovo, più potente, su nuovi media e verso nuove audience. Obiettivo pienamente centrato, dal momento che già solo nella prima settimana di pubblicazione online, il progetto ha avuto centinaia di migliaia di visitatori.
Al contrario, non ho mai detto -né pensato- di ritenere il Kurdistan Flipbook il futuro della fotografia.
Però, la comunicazione multimediale sembra non rispettare i canoni della fotografia in senso tradizionale, che richiederebbero appunto la ricerca dell'immagine capace di fermare e rappresentare il momento decisivo di un fatto, di una storia…

Non sono d’accordo. La fotografia rimane la base di qualsiasi cosa io faccia, perché è -e resterà- una delle forme di comunicazione più potenti a nostra disposizione. La fotografia ha una forza emotiva tale da poter coinvolgere le persone in modo più profondo di qualsiasi altro media, ma questo non preclude affatto la possibilità di poter usare e mostrare le immagini anche in modi differenti. Chi ha detto che le foto debbano essere mostrate sempre e soltanto stampate o all'interno di una mostra? Non esiste un solo modo per presentare delle immagini e in questo senso il Kurdistan Flipbook non è altro che una tecnica differente, reso possibile dalle tecnologie digitali, così come il Web non è altro che un altro media per far conoscere le storie che vogliamo raccontare quando effettuiamo un reportage.
Dunque, l'era digitale permette modi nuovi per fare e distribuire le immagini, ma non incide sull'essenza della fotografia?
Io resto un fotografo e un narratore di storie. Sono le tecnologie che usiamo che sono cambiate e che continueranno a cambiare. Ma questo non è un pericolo, bensì un'opportunità, specie considerando la crisi della stampa tradizionale e la conseguente diminuzione degli spazi a nostra disposizione. Per questo sono convinto che abbiamo bisogno di nuovi media, di nuove forme di comunicazione capaci di permettere alle storie che raccontiamo di emergere, di raggiungere nuovi lettori. Quello che mi guida nel mio lavoro, ciò che mi spinge a raccontare e documentare sempre nuove storie, ciò che mi rende un reporter e un fotografo, queste sono le uniche cose che non cambieranno mai.

“Pillole”
Nato a New York nel 1957, Ed Kashi si è laureato in fotogiornalismo presso la Syracuse University nel 1979 e da allora ha raccontato storie da oltre 60 Paesi.
Nel 1994 è stato il primo a documentare la storia del popolo kurdo con il libro “When the Borders Bleed” realizzato in collaborazione con il giornalista inglese Christopher Hitchens.
“La borsa del fotografo”
Canon EOS-1D Mark II (x2)
Canon EOS 20D
Canon EF 24-105mm f/4L IS USM
Canon EF 16-35mm f/2.8L II USM
Canon Speedlite 540EX (x2)
Lexar CompactFlash Memory Cards (20GB)
MacBook Pro
Wiebetech 160GB external hard drive
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Intervista a Davide Monteleone
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Cartoline dal fronte
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Carnevale all'arancia
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Virginia Prix: 10 000 € riservati alle donne