Attraversare le città in maniera trasversale e scoprirne la storia attraverso l'architettura e la gente che vi abita, senza mai puntare l'obiettivo sulle folle. E' nella solitudine della metropoli che potreste incontrare Filippo, o su una delle strade più trascurate d'Italia come la SS 106 Jonica. La fotografia per lui non serve a dare delle risposte, piuttosto a suscitare ulteriori quesiti
di Rosa Pugliese
Partiamo dalla tua storia. Come ti sei avvicinato alla fotografia?
Il mio inizio con la fotografia risale al liceo, ho studiato in una scuola di grafica che si chiama ISIA con sede ad Urbino, esiste ancora ed è un corso sperimentale di grafica editoriale. Pur non essendo il soggetto principale del corso di studi, che dura 4 anni, mi sono avvicinato molto alla fotografia anche grazie ad un’insegnante appassionato di storia e cultura della fotografia. In qualche modo mi ha iniziato alla conoscenza dei grandi autori e al linguaggio fotografico. Poi c’è stato un intermezzo di diversi anni in cui ho iniziato a fotografare l’architettura. Inizialmente è stato un modo per bilanciare la mia situazione economica, ma ormai è diventato anche un interesse e una passione. Dopo esser stato anche in Francia, ho deciso di andar via dall’Italia e mi sono trasferito negli Stati Uniti dove ho studiato fotografia all'ICP di New York e ho iniziato in maniera più sistematica a lavorare in termini documentaristici, anche se non credo d’essere un vero fotoreporter.
Come mai?
Perché credo di essere un fotografo che lavora su progetti più a lungo termine e che cerca di sperimentare anche un linguaggio e un approccio più documentaristico.
Consiglieresti comunque di andare fuori dall’Italia per studiare fotografia?
Per chi si può permettere di farlo secondo me è un’esperienza importante, perché la fotografia in Italia vive un po’ una sorta di ritardo culturale. Non tanto per i fotografi, che sono molto validi, ma istituzionalmente ha uno spazio piccolo per addetti ai lavori, al limite di altre discipline. Questo non valorizza e non dà la giusta dignità alla fotografia, come invece accade in paesi come la Francia, gli Stati Uniti o la Germania.
Per quanto riguarda i tuoi lavori, quali sono quelli che hanno segnato il tuo ingresso vero e proprio nel modo della fotografia?
Il primo lavoro, quello che per me ha significato una svolta nel mio linguaggio fotografico, è stato un progetto che ho sviluppato sulle isole di Capo Verde. Ero arrivato a Capo Verde più con la testa che col viaggiare, avevo sentito parlare di questo posto, mi interessava la sua musica e ho dedicato svariati anni a questo progetto, andavo quando potevo permettermelo economicamente. Non è un racconto fotografico solo sulla realtà economica di questo paese in mezzo all’oceano, ma è una sorta di attraversamento in cui la fotografia non è solo un racconto sociale ma pone una serie di domande sull’identità di un luogo e anche sull’aspetto emozionale di essere in un luogo. Io quando posso cerco di raccontare questo.
Poi sicuramente un altro step avvenuto più in là nel tempo è un lavoro che ancora non ritengo compiuto sulle città cinesi, col quale ho vinto anche il premio Pesaresi Contrasto nel 2007. E’ un lavoro in cui si coniuga il mio interesse per le città e l’architettura con quella che è la mia formazione più significativa, quindi l’influenza della street fotography. L’idea del fotografo che si perde nelle città. Per me la fotografia più che servire a dare delle risposte deve provocare dei quesiti, altrimenti forse è propaganda, di altissimo profilo alle volte ma anche di bassissimo profilo delle altre.

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