Abbiamo più o meno la stessa età, ma Antonio è uno di quelli da "tutto il giorno tutta la notte, foto mostre libri mostre come un pazzo" per inseguire una passione. In quasi un'ora di intervista mi ha messo addosso la voglia di andare alla ricerca di una storia, che non necessariamente scorre lontano da noi
di Rosa Pugliese
Quando è che ti sei detto "ok, voglio fare il fotografo"?
Onestamente non è che avessi una grande idea di cosa volessi fare nella mia vita, e in effetti non ce l’ho neanche adesso. Tutto qello che so di avere è una grande passione. Me ne sono accorto quando frequentavo il liceo artistico ma forse il vero primo spunto è nato dalla mostra di Josef Koudelka nel '99 al Palaexpo, a Roma. Forse è allora che ho deciso di iniziare la scuola di fotografia.
Quale scuola di fotografia hai frequentato?
Mi sono iscritto allo IED. Diciamo che l’avevo preso un po’ come “nel frattempo penso a cosa fare all’università”. Poi il corso, invece, mi ha coinvolto moltissimo, mi ha rapito. Nonostante non fosse l’ICP di New York, era un bel corso con ottimi professori e lezioni interessanti. Quindi mi ci sono buttato a capofitto, e a un certo punto ho cominciato a vedermi realmente come un reporter.
Hai iniziato a viaggiare?
A me viaggiare piace da sempre e in questo senso la professione che ho scelto è perfetta. Subito dopo aver finito la scuola di fotografia, nel dicembre 2004 ho accettato un progetto di volontariato per lo IUSF, Indiana University Student Foundation. L'obiettivo era andare ad Istanbul, ma sono finito in Israele, a Isfiya, 20km da Haifa. E' stata un'esperienza importante durata sei mesi che mi ha permesso di conoscere meglio Israele, Egitto e alcune delle regioni circostanti.

E una volta tornato in Italia?
Tornato in Italia ho fatto domanda a Fabrica. Quell’anno Fabrica prendeva fotografi importanti, da tutto il mondo, per un grande progetto Benetton che si chiamava “occhi aperti”. Sono entrati nomi come: Olivia Arthur, Philip Ebeling, Ashley Gilbertson, Mikhael Subotzky.
Un mio ex compagno dello IED scelse il tema dell’energia e mi chiese di andare con lui in Azerbaijan. Accettai e lavorai con lui un mese, ma non ero soddisfatto quindi decisi di restare venti giorni in più e lì ho portato avanti un mio progetto senza i soldi di Benetton, l’interprete di Benetton e la macchina fotografica di Benetton. Ho fatto un lavoro sui profughi che poi è stato esposto a Teheran per la Biennale dell’Arte Fotografica nel 2008.
Sei stato tu a proporti?
No, un’amica che faceva l’agente propose più lavori di più fotografi.

E' stata la tua prima esposizione?
In realtà avevo già esposto a Roma. Insiema a Tiziana Musi avevo fatto una mostra sulle affissioni pubblicitarie partendo dal fatto che quell’anno due grosse compagnie telefoniche avevano fatto una campagna pubblicitaria con pannelli che coprivano interi palazzi.
Questo dimostra anche come in fondo per trovare una storia non serve cercare per forza l’esotico in posti esotici…
Questo è un aspetto importante quanto difficile. Fare in effetti il giornalista prima del fotografo, scoprire che esiste una storia, verificarla e poi approfondirla è un problema che c’è perché moltissimi giovani fotografi hanno una buona preparazione visiva, però pochi di loro hanno la possibilità di frequentare una scuola. Io personalmente adesso ho un altro ritmo, ma per trovare un modo di entrare lavoravo come un pazzo tutto il giorno tutta la notte, foto, mostre, foto, libri, mostre. Non mi sono mai fermato.

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