Cercare di raccontare. Fotografare sempre per raccontare qualcosa. In viaggio, pezzi di esistenza, brani di paesaggio, storie. Trovando un tema e un taglio preferenziali, individuando una chiave, un filo rosso, dei simboli. Così si prova a fare il mestiere, secondo alcuni, più bello del mondo.
di Rosa Pugliese
Antonio, mi verrebbe subito da chiederti se per te è nata prima la penna o la macchina fotografica?
In origine c’è stata la penna, ma a valle oggi c’è la macchina fotografica. Io cerco di sviluppare un racconto dei luoghi che attraverso e delle culture che accosto seguendo i due binari della scrittura e della fotografia. Cosa molto complessa e allo stesso tempo interessante perché dà la possibilità di esprimere la mia sensibilità attraverso questi due strumenti, che sono diversi ma complementari. Però la fotografia è diventata più urgente, perché quando si viaggia si è davanti a situazioni, combinazioni che vanno catturate e la fotografia è istante, momento. La scrittura può essere anche successiva, all’immediatezza può associarsi la riflessione, la ricostruzione. Poi c’è anche un discorso di felicità espressiva che oggi sento più realizzabile attraverso la fotografia, senza scordare i piaceri della scrittura. Il mio, come di altri colleghi che fanno lo stesso mestiere, è un tentativo di raccontare agli altri la parziale comprensione delle cose che vedo. Per me è importantissimo far sapere al lettore che sono uno che osserva, ma la mia non è la verità. È la mia verità, quella che colgo, capto, osservo io. Facciamo delle incursioni parziali, ci disponiamo all’ascolto e all’osservazione con i sensi all’erta, assorbiamo come delle spugne per poi restituire al meglio ciò che cogliamo. Uso il plurale perché spero di far parte di una categoria. A volte i viaggiatori, anche nella parzialità del loro attraversamento, riescono a vedere cose che magari chi vive lì non vede. Una metafora classica è quella di chi guarda il mare dall’esterno e vede cose che chi sta dentro non vede: il movimento delle onde, l’incresparsi del vento, la luce che cambia al passaggio delle nuvole. Mentre chi nuota o naviga non vede tutte queste cose, ne vede delle altre. Ecco, il viaggiatore è un po’ come quello che sta fuori ad osservare.
Ma c’è differenza tra il turista e il viaggiatore?
Io non mi sento viaggiatore contro il turista. Uso spesso il termine turista-viaggiatore, nel quale mi riconosco. C’è chi ha più tempo, chi ne ha meno. Chi ha certi interessi, chi ne ha altri. Rispetto profondamente il turista. Siamo tutti turisti. In fondo i giornalisti non sono altro che turisti altamente specializzati, come diceva Susan Sontag, ancora più vero per chi si occupa di reportage di viaggio come me.
Il rischio, per chi come te si definisce turista-viaggiatore, potrebbe essere quello di limitarsi a fare foto naturalistiche, di paesaggio. Ma nelle tue foto invece ricorre spesso l’elemento umano…
La potenza del paesaggio, quello che io chiamo il respiro del mondo, lo spettacolo che a volte hai l’occasione di condividere, lo spettacolo su cui a volte ti affacci viaggiando, è talmente potente che anche le foto cosiddette banali, di paesaggio, è naturale farle. E possono avere qualcosa dentro, essere espressive. Il problema eventuale è che sei costretto a racchiudere in un rettangolo questo respiro. Ed è difficile, molto difficile. Se lo racchiudi nella foto delle stelle sopra Uluru, per esempio, allora malgrado tutto può avere un senso perché lì c’è un racconto. C’è il racconto della notte che sta andando via, del giorno che arriva, c’è il racconto di un altro cielo sopra di noi che non è quello boreale ma quello australe, con la Croce del Sud e Venere sopra la montagna e il Sole che sale sotto il buio. C’è la reinterpretazione di un icona come Ayers Rock Uluru, visto in tutti i modi ma forse così no. Però io inseguo il fattore umano perché dà calore, presenza e a volte senso a tutto il resto. Le storie sono fatte di articolazioni di immagini, ma si cerca di raccontare qualcosa anche in un singolo fotogramma.

Vuoi dire che per te anche una singola foto è reportage?
È vero che i racconti sono fatti di istanti successivi scelti e poi proposti per ridare il senso di un luogo, di una cultura. Secondo una scuola di pensiero la foto dovrebbe essere compiuta in sé, senza neanche una didascalia. È possibile, certo. Eppure io credo che le parole possano aiutare, a volte, a capire maggiormente il senso di una foto, l’eventuale discorso dietro. Sono un po’ annoiato dai puristi, li rispetto però mi annoiano. Anche perché la foto come la scrittura è punto di vista e bisognerebbe avere più rispetto per i diversi punti di vista.
Mi racconti, ad esempio, il senso della foto di Uluru?
La foto può essere goduta anche così, magari con una semplice contestualizzazione temporale e geografica. Tipo: Alba su Uluru. È legittimo. Ma se racconto nella didascalia che quella in alto a destra è la Croce del Sud e quella in alto a sinistra è Venere, se racconto che gli aborigeni hanno una rappresentazione del cielo totalmente diversa da quella dominante in Occidente, se dico ancora che quei fari sulla destra sono i fari dei turisti che arrivano e dunque suggerisco che fra un po’ quel luogo sarà invaso da gente che arriva con gli autobus per assistere allo spettacolo dell’alba sulla grande roccia con champagne o succo d’arancia, se dico questo la sintesi che ho cercato di rappresentare magari viene fuori.

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