di Rosa Pugliese
Le quote rosa nel mondo della fotografia sono apparentemente poche, in realtà le donne che vanno in giro con la macchina fotografica al collo ci sono e spesso si trovano proprio in luoghi difficili. Isabella Balena è passata dal teatro al vero palcoscenico, la vita. La sua fotografia, spesso nelle tonalità del grigio, racconta le storie di chi vive in quella parte del mondo che ancora non ha trovato pace
Isabella, come hai iniziato, anzi, come hai scoperto la fotografia e che significato ha per te?
L’interesse per le immagini è nata in realtà attraverso il teatro e la danza. Ho iniziato quindi a fare foto di palcoscenico. All’inizio volevo fare proprio la fotografa di teatro. Da Rimini, la mia città natale, mi sono spostata inizialmente a Bologna per studiare, poi ho abbandonato l’università perché non mi piaceva. Cercavo quindi un’occasione anche per andare via. A quel punto ho incrociato casualmente una persona, Roberta Valtorta, che è stata la mia insegnante di linguaggio fotografico e che mi ha portata a Milano dove ho seguito un corso di fotografia. Mi è piaciuto talmente tanto che ho pensato quasi subito di farlo diventare un mestiere.
La fotografia per me è proprio una scelta di vita. Ho trovato quello che faceva bene a me, che mi serviva. Il fatto di poter comunicare, di viaggiare, di avere una vita molto libera. La fotografia ha condizionato la mia vita e viceversa.

Sei stata assistente di Gabriele Basilico, pensi che sia utile seguire le orme di un maestro o anche un po’ rischioso?
Si, sono stata assistente di Gabriele per un anno. Anche lì per puro caso. Ogni volta che lo incontro gli dico che sono stata però una pessima allieva visto che la mia fotografia non c’entra niente con la sua (ride).
Il punto però è un altro. Fare l’assistente per un fotografo professionista secondo me è molto importante, indipendentemente dalla fotografia che fa. Per esempio, io da Basilico ho capito cosa vuol dire fare qualcosa per professione. E’ stata un’esperienza fondamentale perché i suoi lavori sono sempre stati lavori di un certo livello e io ho potuto imparare un metodo. Con lui ho capito cosa vuol dire dover lavorare per un committente che vuole una determinata cosa, in cui devi mettere del tuo rispettando i tempi. Inoltre, allora fare l’assistente a Basilico voleva dire fare tutto: aiutarlo fuori, sviluppare le pellicole, stampare, fare la segretaria. E’ stato un anno molto intenso. Dopodichè mi sono staccata e ho intrapreso la mia strada...
Gabriele mi riconosce il fatto di non essere diventata una fotografa “alla Basilico”, perché limitarsi a copiare il maestro è un grandissimo errore.
Come hai costruito il tuo percorso e il tuo stile fotografico? Come hai capito cosa ti piaceva fotografare?
Quando sono arrivata a Milano, l’interesse per la fotografia di scena si stava già spegnendo e così si è spostato in strada. Ho cominciato a frequentare l’ambiente politico, le manifestazioni, e ho capito che quello che mi interessava era il fluire della vita, cogliere le cose nella realtà.

Bianco e nero. Una scelta che spesso coincide con il fotogiornalismo. Perché?
E’ vero che i miei lavori, quelli che ho deciso, sono tendenzialmente in bianco e nero. Soprattutto nel periodo dell’analogico quando la scelta avveniva a monte. Perché ho sempre visto in bianco e nero, perché sviluppavo e stampavo da me. Però lavorare per i giornali vuol dire lavorare principalmente a colori e allora, quando si andava in giro con tre macchine fotografiche al collo, ce n’era una sempre col colore, una in bianco e nero, una col teleobiettivo…
Però si decideva prima come lavorare, nel senso che io certi lavori li vedevo in bianco e nero e certi lavori li vedevo a colori. Oggi con il digitale è molto diverso. In passato sceglievo la macchina fotografica in base a come decidevo di fare il lavoro. Ogni storia per me ha il suo colore, o il suo bianco e nero.
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