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P H O T O * M O V E M E N T   

Intervista

Cartoline dal fronte

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A tu per tu con Elio Colavolpe, fotogiornalista e tra i fondatori di Emblema, testimone diretto di molti dei conflitti degli ultimi vent'anni. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo lavoro e di spiegarci cosa significhi oggi raccontare una guerra attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica

A cura della Redazione

Elio Colavolpe, nato nel 1965, inizia la sua attività di fotogiornalista collaborando con diverse testate giornalistiche fino al 1999, anno in cui diventa uno dei fondatori di Emblema, agenzia per cui negli anni produce un'ampia serie di reportage su alcuni dei più importanti eventi e conflitti internazionali: Albania, Kossovo, Palestina, Israele, Iraq, Afghanistan, Brasile, Bielorussia, Ucraina, Thailandia e Birmania sono solo alcuni dei paesi “raccontati” da Elio in questi anni. Il lungo e importante lavoro effettuato in diverse zone di guerra nel 2008 gli vale un importante riconoscimento: il Premio Antonio Russo

Raccontare la guerra, un caso o una scelta?
Non sono un fotografo di guerra, me ne interesso in quanto un conflitto è un elemento di caos che influisce e genera conseguenze sociali e ambientali non ordinarie e per questo interessanti, anche se solitamente “negative”. Inoltre conflitti e guerre hanno diverse linee di lettura e tutte meritano di essere descritte. Dalle azioni belliche vere e proprie alle loro conseguenze dirette e indirette, i cosiddetti “danni collaterali”, piuttosto che gli effetti sulla vita presente e futura delle popolazioni civili.


Cosa significa oggi fare il reporter di guerra?
Dopo i tempi d'oro della seconda guerra mondiale, con il Vietnam si è chiusa di fatto la grande stagione della fotografia di guerra. L'esperienza nel sud est asiatico fece capire ai militari come la presenza di giornalisti e reporter sul fronte si potesse rivelare un boomerang in termini di comunicazione e gestione dell'opinione pubblica. Così, Africa e Medio Oriente a parte, per lungo tempo è stato particolarmente difficile operare nelle aree di conflitto. Solo dagli anni novanta c'è stata un'inversione di tendenza, a partire dalle guerre nei Balcani che hanno visto i fotografi nuovamente al centro dell'informazione.


Elio Colavolpe | Emblema


Quando parti per un lavoro di questo tipo, qual è il tuo scopo, raccontare la verità?
No, la verità, specie in fotografia non esiste. La verità è solo una visione soggettiva del fotografo. Una smorfia involontaria, immortalata in uno scatto può dare tutto un altro significato a una scena. Io cerco solo di raccontare storie, usando la fotografia come un vero e proprio strumento giornalistico. Altra cosa sono le situazioni embedded con i militari. In questo tipo di missioni tutto è rigidamente programmato e solo l'imprevisto è in grado di aprire uno squarcio sulla realtà e farti vedere qualcosa di vero. Altrimenti si rischia l'effetto visita guidata, con tutti i limiti di sudditanza che ne consegue. D’altronde è anche vero che si tratta dell'unica strada percorribile per entrare in certe zone.


Quando si fa reportage dal “fronte”, fino a che punto è possibile parlare di rischio calcolato?
Il rischio non è mai “calcolato” e al riguardo si può essere al massimo “consapevoli”. Cercare di fare buone foto comporta ovviamente dei rischi, sempre, anche quando ci si muove con prudenza, si ha esperienza e si è pianificata ogni cosa. Le variabili sono infinite. Molti dei conflitti più recenti si sono svolti in scenari urbani e attraverso un micidiale mix di tecniche di guerriglia e terrorismo: fattori che hanno complicato di molto le cose dal punto di vista della sicurezza.


 

Elio Colavolpe | Emblema

 



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