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Intervista

Fotoreporter

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Incontro ravvicinato con Emanuele Cremaschi, una delle nuove leve del fotogiornalismo italiano. Un esempio per tutti quelli che da "grandi vogliono fare il fotoreporter" cui abbiamo chiesto di raccontarci come, dove e quando è cominciato il suo percorso

di Amedeo Novelli

Emanuele Cremaschi è nato a Sanremo nel 1980 ed è cresciuto tra l'Italia e l'Australia per poi fermarsi a Milano, città dove ha iniziato scopertola sua passione per la fotografia. Dopo aver frequentato senza concliderla la Bauer di Milano, Emanuele si è buttato nella mischia iniziando a lavorare per Emblema, storica agenzia Milanese, per la quale ha realizzato i suoi primi reportage di guerra dal Libano e dalla Bosnia Herzegovina. Nel 2008 è passato a Prospekt dove si occupa in prevalenza di storie italiane e saltuariamente anche di cronaca.


Fotografia, come è cominciata per te?
Ricordo che durante un viaggio a Firenze coi miei genitori, avrò avuto sei o sette anni, chiesi a mio padre perché ogni qual volta partissimo per le vacanze acquistassimo una macchinetta usa e getta, invece di comprare una volta per tutte una macchina fotografica in modo da poter fotografare liberamente quando più ne avessimo voglia. Lo so, può sembrare strano, ma credo che la passione per le immagini mi sia cresciuta dentro fin da molto piccolo, in modo assolutamente naturale: ero affascinato tanto dai grandi reportage di Epoca (Martino e De Biasi su tutti), quanto dai primissimi video di MTv che arrivavano in Italia grazie al satellite.
Comunque, la macchina fotografica non me la comprarono mai (e su questo rimprovero scherzosamente mia madre, ogni tanto!)...



Quando, come e perché hai deciso che la fotografia sarebbe diventata il tuo mestiere
Sono arrivato alla fotografia piuttosto tardi, solo 3 anni fa e più che deciso, l'ho capito quando una sera tornai a casa dopo una lunga giornata passata a correre in giro a fotografare e mi addormentai di colpo, non tanto per la stanchezza, quanto per la consapevolezza di aver fatto qualcosa che mi rendeva felice e in pace con me stesso.


Che percorso formativo hai fatto e che percorso formativo avresti fatto col senno di poi?
Ho alle spalle degli studi di Giurisprudenza, che credo mi abbiano dato la forma mentis necessaria ad affrontare questa professione: il doveroso rispetto e la necessaria compassione (nel senso di partecipazione) nei confronti di coloro i quali stanno là fuori, pronti ad aprirti le porte delle loro case o a rivivere un motivo di dolore, semplicemente perché tu possa raccontare la loro storia.
Ho frequentato per qualche periodo il CFP Bauer (l'ex Umanitaria), ma non ho terminato il percorso di studi perché a quel tempo già mi occupavo di cronaca e non mi è stato possibile conciliare lavoro e studio. In fondo, credo di potermi definire un autodidatta.
Non rinnego nulla di ciò che ho fatto (o ho omesso di fare); diciamo che se dovessi consigliare un giovane che volesse impegnarsi in un percorso di studi, gli direi di rivolgersi all'estero: penso agli Stati Uniti (per esempio alla Missouri School of Journalism) o, per restare in Europea, alla Danimarca (Scuola di Giornalismo di Aarhus) o alla UWN di Newport, in Galles, dove hanno studiato i miei amici e colleghi d'agenzia Alfredo D'Amato e Luca Ferrari.




Come hai cominciato a lavorare

Semplicemente scattando e accumulando un portfolio fatto di situazioni normali che ho poi sottoposto a Emblema, un'agenzia milanese che mi ha iniziato alla cronaca, un'esperienza sicuramente positiva che mi ha insegnato come vivere la strada e a lavorare in velocità secondo i tempi dei quotidiani.
Dal gennaio 2008 faccio parte di Prospekt; da allora mi concentro su storie di medio e lungo termine, non rinnegando le news (che mi diverto a fare!) con tempi però diversi rispetto a quelli dei quotidiani, quindi in maniera molto più affrondita e selettiva.


Fare il fotogiornalista in Italia oggi è possibile? Se sì a quali condizioni
Certo, tutto è possibile, ma bisogna mettere in conto molti sacrifici, rinunce e qualche compromesso. Il consolidamento del digitale ha fatto sì che praticamente chiunque, con una minima spesa, possa ritrovarsi con una strumentazione simil-professionale: ciò si riflette in una saturazione di un mercato di per sé già abbastanza stantio, nel quale si commissiona e si produce poco e la concorrenza è spietata.
Sono comunque convinto che la dedizione e la passione costante verso questo lavoro, che considero prima di tutto un mestiere di responsabilità e poi di privilegio, assieme a una progettualità di lungo periodo alla fine paghino e regalino delle soddisfazioni grandissime.


 

 

 

 



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