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P H O T O * M O V E M E N T   

Intervista

Intervista a Tano D'Amico

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di Rosa Pugliese

Non ama le definizioni Tano D'Amico, dunque non potremmo darne una di lui. Ci confessa che non ha mai avuto la passione per la fotografia, eppure ne ha fatto un pezzo di storia importante; non scatta, cerca e aspetta la sua bella immagine, perchè solo questa renderà la verità ai suoi spettatori distratti. La sua è certamente una visione poetica della vita, è bastato ascoltarlo in un bar nei vicoli di San Lorenzo a Roma. E' certamente diverso dagli altri, Tano, ed era proprio questo che voleva. Perchè la verità è fatta anche di aspetti di diversità, di particolarità e quindi di bellezza.


Partiamo dall'inizio, come è nata la passione per la fotografia?
In verità non ho mai avuto la passione per la fotografia, mi sembra qualcosa di maniacale. Come chi ha la passione per la calligrafia. Io amo molto la fotografia in quanto è il mezzo che più mi aiuta ad approfondire, a coltivarmi, ad educarmi. E ho una passione immensa per le immagini, quelle che facevano i primi esseri umani e quelle che fanno i contemporanei, perché mi aiutano a vivere. E’ un po’ come quando dico di non avere la passione per la penna biro, io sono per la matita.


Tano D'Amico



La fotografia è quindi solo uno strumento di cui ti sei servito...
E’ uno strumento di cui mi sono servito, si. Io amo moltissimo la pittura - che non pratico - la scultura, il cinema, la letteratura. Ma il più adatto a me per le cose che volevo, per le cose che sentivo, che volevo raccontare mentre mi lasciavo coinvolgere dagli avvenimenti, dalle persone, era la fotografia.
Io penso che la vera storia dell’umanità sia nelle immagini, nel modo di guardare, di guardarsi. Nelle parole - e ho vissuto questa esperienza - non c’è la vera storia. Le parole finiscono sempre per accordarsi con chi comanda, con il potere. L’immagine si è salvata forse perché si apprende il linguaggio per le immagini non nel palazzo - come la parola scritta, in ogni epoca - ma nelle botteghe.

Tu hai anche inventato un taglio nuovo, più allungato, di fotografia. Perchè?
Non lo so se l’ho inventato io, in effetti questo taglio c’era già nella pittura, nella scultura classica. Ecco, io sono rimasto colpito dalle colonne che abbiamo qui a Roma che dovrebbero celebrare i fasti degli imperi romani e degli eserciti romani. In queste spirali, come dei fumetti, viene invece partecipato molto il dramma delle donne oltraggiate in guerra, dei bambini che avrebbero avuto un avvenire di schiavitù. Forse perché gli uomini che lavoravano con le immagini si riconoscevano figli di quelle donne molto più che dei soldati vittoriosi.

E come mai hai scelto di rappresentare la bellezza nel disagio sociale?
Io ho vissuto un periodo quando ero giovane, in cui agli ultimi - agli oppositori reali o potenziali - era negata nelle immagini dignità e bellezza. Venivamo, perché ne facevo parte, rappresentati male nelle immagini. Per me venivamo resi mostri, noi e quel ceto nuovo che in quei mesi, per la prima volta insieme a noi, si presentavano in strada. Erano i carcerati, i senza lavoro, i senza casa, i pazzi, le donne e gli uomini comprati e venduti e che anche dai tesi sacri della nostra sinistra erano bollati. Io nel piccolissimo ho tentato di porre rimedio almeno nelle immagini.



Tano D'Amico





C'è stato un fotografo in particolare a cui ti sei ispirato?
Molti. Ma prima vorrei mettere in chiaro che cos’è per me una bella immagine. Una bella immagine per me è quella che apre come una finestra nella mia anima, mi fa vedere cose mi suscita pensieri che non avrei mai avuto senza. Così le belle immagini sono quelle che mi hanno fatto vivere.

Allora riformulerei la domanda, c’è una bella immagine a cui ti sei ispirato?
Tantissime e per esempio in questi giorni c’è qui a Roma una bellissima mostra di Giovanni Bellini. Forse Bellini è il pittore che mi è stato più accanto nella mia giovinezza. Quando avevo paura, nella Grecia dei colonneli, nella Spagna di Franco, nelle strade - se mi lasci usare questa parola - insanguinate del mio paese. Le sue madri che piangono, i loro figli uccisi, visti con una partecipazione, con un amore e un desiderio di unità e di bellezza, che sembra quasi vincere la morte.

Bianco e nero, solo una scelta tecnica o anche artistica?
Amo moltissimo il colore. Il colore è un linguaggio. Se avessi scelto il cinema, il teatro, la pittura, allora avrei scelto il colore. Perché avrei avuto la possibilità di parlare attraverso di esso. Ma mettere un rullo di colore nella macchina e fotografare la realtà così come mi appare non è usare il colore, è dare spazio alla superficialità, all’appiattimento. E’ un disgregare la realtà, i colori non sono scelti, sono casuali. Col bianco e nero è possibile cercare le linee più intime della realtà. Almeno questo è il mio pensiero.

Oggi tanti fotografi continuano scegliere il bianco e nero…
Si. In realtà il colore è sempre stato possibile da realizzare. Una volta trovato il sistema di impressionare la pellicola, provarono anche ad impressionare altri elementi per ottenere il colore. Tecniche rudimentali, poi abbandonate.

Quando scatti una fotografia che criterio usi: più intuizione, più tecnica o nulla di tutto questo?
Io non amo questi termini meccanici, come “scattare”. Direi che quando cerco, aspetto, un'immagine chiaramente sono io il prodotto delle belle immagini che ho visto, che mi hanno costruito, delle aspirazioni che ho, delle delusioni che ho avuto.

Quindi a un giovane oggi come consiglieresti di "aspettare" una bella immagine?
A un giovane oggi consiglierei di cercarsi un lavoro onesto…

Questo lo scrivo…
Si si, perché tante volte il nostro non lo è. Qui apriremmo un altro enorme argomento (ride) che magari affronteremo un’altra volta.

Hai mai ritoccato le tue foto?
Nemmeno sarei in grado, non ho cercato di affinare quella tecnica. Non ne sentivo il bisogno.

Forse anche perchè il fotoritocco non si addice molto al fotogiornalismo…
No, questa tendenza a dividere le immagini per genere personalmente non l’ho mai condivisa. Io le dividerei in belle immagini e brutte immagini, perchè è di questo che poi si tratta.

Parliamo un po' di Internet, oggi non se ne può fare a meno. Potrebbe essere un luogo di riscatto per quelli che tu hai definito i “senza potere”?
Io sono vecchio, ho assistito a molte rivoluzioni tecniche. Quando ero giovane ho conosciuto persone che hanno avuto cattedre e onori perché cantavano il potere del videotape. Il videotape purtroppo è stato usato anche per opprimere e controllare, con le dovute differenze. La stessa cosa penso che capiterà col digitale, come con qualsiasi altro strumento. Ogni strumento in sé non è né buono né cattivo, sono gli uomini che possono essere buoni o cattivi.

Sempre grazie al digitale ci sono, però, delle nuove formule definite "multimediali" in cui le immagini vengono abbinate al suono, al parlato. Secondo te quella resta un’immagine o diventa un prodotto completamente diverso?
Beh, ma c’era già il cinema, c'era il teatro…

E’ vero, però in questo caso si tratta di fotografie. Poi vengono inserite delle voci fuori campo, parole che raccontano ciò che magari noi non vediamo…
Sono stato invitato a convegni in cui venivano mostrate delle “presentazioni”. Andava molto forte la musica di Sergio Leone, c’erano dissolvenze, espedienti da Carosello televisivo. Secondo me non facevano altro che togliere intensità alle poche immagini che ne avevano. E’ un po’ come far parlare un mimo o le ballerine della Scala, sia il mimo che le ballerine però hanno scelto un altro linguaggio.

Tempo fa avevi detto che c'è sempre un momento in cui uno deve scegliere tra essere fedele a quelli che ti pagano, anche se ti pagano poco, oppure alle persone che fotografi e a quelle che vedranno le tue immagini. Tu hai sempre scelto la seconda strada. Sei stato ricompensato da questo atteggiamento?
Si, devo dire di si perché ovunque vada – e non avrei mai sperato tanto – incontro delle persone che mi vogliono bene e sono rimasto molto colpito perché in un dizionario edito in un altro paese è scritto di me “è diverso da tutti gli altri”. Forse era questo che volevo.

Come mai oggi nelle scuole, nelle università mancano i corsi di fotografia?

Per rispondere a questa domanda forse dovrei tornare indietro alle prime cose che ho detto, alla storia dell’umanità. Se non ci fossero stati dei miei maestri io non avrei mai conosciuto la storia degli anni ’40, per esempio. C’erano delle personalità indipendenti che in un’altra vita erano state magari dei medici, qualcuno era filosofo, qualcuno aveva fatto il partigiano, ma nessun ente gli commissionava nulla. In realtà c’è un disprezzo per le immagini, così come c’è un disprezzo reale per la vita, per le aspirazioni delle persone. Viviamo benissimo vedendo in tv le conseguenze dei kamikaze, la gente che muore di fame, tutte immagini che non ti fanno vedere il prima e il dopo. Invece io amo le immagini che fanno intuire il prima, ma anche il dopo di un avvenimento.

Pensi che il fotogiornalismo, nonostante tutto, abbia un futuro?

Io penso che le immagini possano costruire la memoria, ma possono anche seppellirla, cancellare ogni diversità. Oggi magari è cresciuto il numero di fotografi, ma le belle immagini sono sempre poche, troppo poche. Altrimenti noi saremmo infinitamente più ricchi come esseri umani.
Non lo so se il fotogiornalismo come lo concepiamo adesso avrà un avvenire. Ma so per certo che avrà un avvenire il bisogno di verità che gli esseri umani hanno sempre avuto. E la verità è fatta anche di aspetti di diversità, di particolarità e ripeterei di bellezza.


(01.11.08)



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